La Sesta Ora – La firma sul rogito, e l’inizio del nuovo San Siro, è la fine di un’era di gestione pubblica e l’inizio di un’epoca di business necessaria per la serie A
Ieri, 5 novembre 2025, è stata scritta la storia. La firma sul rogito che ha trasferito la proprietà di San Siro da un ente pubblico, il Comune di Milano, a due entità private, Inter e Milan, non è un semplice atto burocratico. È il suono della sveglia per un calcio, quello italiano, che vive da trent’anni nel sonno nostalgico di quel meraviglioso (ma, diciamolo, vecchio) Italia ’90.

La notizia non è che Milano avrà uno stadio nuovo, ma che finalmente il sistema ha permesso a un progetto di questa portata di nascere. E questo è esattamente ciò di cui la serie A aveva disperato bisogno, per tre ragioni fondamentali.
1. La fine dell’era pubblica (e dei suoi limiti)
Il calcio italiano è stato per decenni ostaggio di un paradosso: club gestiti come aziende multinazionali costretti a giocare in “case popolari” di proprietà dei comuni. Impianti fatiscenti, con piste d’atletica, servizi inesistenti e costi di manutenzione drenati dalle casse pubbliche.
La battaglia per San Siro è stata l’emblema di questa follia: anni persi a discutere di vincoli della Soprintendenza, interessi politici e comitati locali. La firma di ieri rappresenta un’inversione di rotta: si tratta del riconoscimento che, per competere nel 2025, le società sportive devono possedere e gestire le proprie infrastrutture. È la fine del modello “stadio-monumento” e l’inizio del modello “stadio-risorsa”.

2. Il motore dei ricavi: il vero gap con la premier league
Parliamo spesso di come la Premier League domini il mercato grazie ai diritti TV. Ma il vero, incolmabile, divario è nei ricavi da stadio: un top club inglese genera dal proprio impianto (hospitality, musei, ristoranti, eventi) cifre che superano i 100-120 milioni di euro l’anno. I club italiani, fino a ieri, erano fermi a un terzo di quella cifra.
Il nuovo progetto di Foster e Manica – un’arena da 71.500 posti, con due anelli verticali e un distretto commerciale vivo sette giorni su sette – è progettato esattamente per questo: trasformare una spesa (l’affitto) in un asset. Quei 100 milioni extra l’anno sono la differenza tra poter comprare un campione o dover vendere il proprio.

3. Un “benchmark” per tutti gli altri
L’impatto più grande della firma di ieri non sarà su Milano, ma sul resto d’Italia. Il nuovo San Siro diventerà il benchmark, il punto di riferimento, l’asticella che tutti gli altri dovranno cercare di raggiungere.
Quando Roma, Napoli, Firenze e le altre grandi piazze vedranno il modello di Milano funzionare, generare profitti e attrarre eventi, la pressione sulla politica locale e sulle altre proprietà diventerà insostenibile. Non si potrà più dire “non si può fare”. Milano ha appena dimostrato che si può, nonostante il sistema.

Inter e Milan non stanno solo costruendo la loro nuova casa; stanno dando uno scossone violento all’immobilismo della serie A, costringendo tutti gli altri a scegliere se seguire il loro esempio o rassegnarsi a un lento e inevitabile declino. Sarà, finalmente, la sveglia per il calcio italiano? Lo scopriremo solo vivendo, come diceva una vecchia canzone…
Foto: Inter

