L’incredibile storia della nazionale di Capo Verde, per la prima volta qualificata per un’edizione del campionato Mondiale.
C’è un punto quasi indefinito nell’Atlantico, dove il vento non porta solo sabbia dal Sahara, ma anche memoria, ricordi e solchi profondi che la storia, in qualche modo, lascia e, con il progredire del tempo restituisce sotto quelle forme impossibili da prevedere; perché il destino, spesso, fa ciò che vuole, e delle volte lo fa tremendamente bene. Lì, tra dieci piccole isole, nasce una nazione che ha imparato a convivere con la distanza. Perché Capo Verde è un Paese fatto di partenze, di arrivi sporadici e di realtà marittime che spesso incontrano la distanza da un sogno mettendo le mani nella cristallina realtà, spesso ossimoro di quello che c’è davvero.

I portoghesi arrivano nel XV secolo, e trovano il nulla. Ci portano dentro tutto il mondo (l’Africa, l’Europa, la schiavitù e la libertà, tutto insieme) e da quell’incrocio di rotte nasce un popolo creolo, quasi malinconico nel suo nascere e da sempre barriera tra l’ignoto e il credo conosciuto, come un Continente fin troppo bistrattato come quello Africano, per secoli parco divertimenti umano di molti tiranni che hanno cercato di assuefare quella voglia intrinseca di libertà. Una popolazione che parla con la saudade, quella malinconia dolce che Cesária Évora canterà scalza, per ricordare a tutti che si può essere fieri anche nella povertà.
Poi, nel 1975, Capo Verde diventa libera. Un Paese minuscolo, senza esercito, senza oro, ma con un tesoro: la sua gente. Quella che è rimasta sulle isole e quella che è partita (verso Lisbona, Rotterdam, Boston) portandosi dietro la lingua, i sogni, e forse anche un pallone perché il calcio può declinare ogni lingua in ogni coordinata del globo terracqueo. È un filo invisibile che tiene unite le famiglie sparse per il mondo. È il modo per dire: “Siamo ancora Capo Verde ed esistiamo anche se siamo lontani.”
La storia calcistica del piccolo arcipelago non è esattamente da tramandare ai posteri ma nel 2013 succede l’impossibile: la nazionale, i “Tubarões Azuis”, gli Squali Blu, si qualifica per la Coppa d’Africa.
Un arcipelago di appena mezzo milione di abitanti, che per una volta entra nella storia del continente.
Capo Verde gioca come vive, la poca tecnica fa da ossimoro alla fierezza e alla danza che solo chi è cresciuto tra mille onde può avere, è naturalezza.
È un calcio che somiglia al morna, la musica di Cesária: lento, malinconico, ma capace di esplodere in gioia. Nel corso di quell’edizione della Coppa d’Africa ogni gol segnato dalla Nazionale capoverdiana aveva un’eco che arrivava fino a Lisbona e Boston, perché i figli di Capo Verde non stanno mai tutti nello stesso posto.

Oggi il Paese è una delle democrazie più stabili d’Africa e quel piccolo arcipelago, poche settimane fa, ha staccato il pass per disputare il suo primo Mondiale. Una festa incredibile è andata avanti per giorni e giorni, senza che ci fosse bisogno di giustificare cotanto entusiasmo. Dai sogni della Coppa d’Africa di dodici anni fa alla realtà che parla di un Mondiale conquistato sul campo e quando la nazionale scende sul rettangolo verde, si ferma tutto: la diaspora, l’oceano, persino il vento. Perché, per novanta minuti, Capo Verde non è più un arcipelago disperso nell’Atlantico. È una squadra. È una famiglia. È una voce sola.
Perché, alle fine, non importa quanto si è lontani e quanto si possa sfiorare il mare; finché c’è un pallone e un sogno Capo Verde gioca e Capo Verde vive, respira in quell’unione di isole che toccano gli angoli della Terra, dove molti sono andati cercando di aggrapparsi alla realtà ed altri sono ancora lì, magari a festeggiare qualcosa di impensabile. Ma la realtà parla chiaro, anzi chiarissimo: Capo Verde disputerà il campionato Mondiale del 2026.

