La classe operaia stenta ad andare in paradiso: raccontiamo l’attuale crisi in cui versa il calcio di provincia.
Nell’opacità delle giornate che, di prima mattina, appaiono già stanche si nasconde, spesso, la voracità di dire qualcosa che non sia sempre strettamente legato all’attualità calcistica che si diffonde nel nostro calciofilo Paese ma questa volta è proprio il caso.
Un filo conduttore, all’apparenza invisibile, scorre attraversando la storia e le mille sfumature di questa storia che hanno, in qualche modo, influenzato città e modi di pensare, di concepire una domenica o semplicemente sbeffeggiando, soltanto per qualche minuto, il gigante blasonato, protagonista che all’apparenza sembra invincibile ma che, alla fine, viene trafitto dalla lucida follia del calcio di provincia.

E’ una condizione, quella del calcio provinciale, che si nasconde dalla notte dei tempi rimarcando storie che, inevitabilmente, fanno parte del vissuto sportivo italiano e che, anche se all’apparenza, lontane dal credo di un tifoso sono state accompagnate da passione e vigore. Sono innumerevoli le storie di piccole realtà che, nel corso della loro storia, hanno avuto più di quei 15 famosi minuti di gloria (come diceva Andy Warhol) calamitando l’attenzione sportiva del Paese su un fatto apparentemente impossibile.
Gli anni 80′ e 90′, in particolare, sono stati i copioni principali delle molteplici storie di un calcio semplice, quasi distante dalla fagocitazione miliardaria a cui siamo abituati oggi, lontano dalle mille cose a cui assistiamo nel calcio del terzo millennio e per questo così semplice, ma cosi denso di passione. Penso a piazze come Foggia, Salerno, Pescara e le storie bellissime di un quartiere come Chievo e tante altre, magari quel famoso Castel Di Sangro e la sua scalata in Serie B con annesse partite storiche di Coppa Italia.
Sarebbe riduttivo e irrispettoso citare solo alcune di queste meravigliose realtà che sono, adesso, scolpite nelle memorie e nei ricordi forti e vividi che, in qualche modo, accompagnano ogni domenica quei tifosi in quei rispettivi stadi, così vogliosi di calcio vero. Ma c’è il risvolto della medaglia, quello che il tempo non può placare, anzi, alimenta a creare una distanza sempre più forte tra il calcio di Serie A (per cosi dire) e quello provinciale.

Sarebbe stucchevole e forse anche noioso infilare numeri in un contesto così romantico ma sono proprio le cifre che permettono un ragionamento sincero su quello che sta accadendo al calcio di provincia: negli ultimi cinque anni, infatti, la crisi dei piccoli club ha avuto una crescita importante con una perdita di 1,5 miliardi di euro tra club di Serie B e Serie C senza contare la sparizione, nell’ultimo lustro, di almeno un centinaio di squadre che compongono l’attuale Serie D e le categorie regionali, ormai in netta crisi e senza grossi fondi da tanti anni.
E’ una ferita che parte dalla Serie A e si propaga inevitabilmente nelle categorie inferiori, con costi sempre più alti (diritti televisivi, iscrizioni, ecc.) e ricavi sempre più bassi, un ossimoro che spezza l’amore che accompagna piazze che hanno fatto la storia del calcio italiano, non necessariamente a livelli altissimi ma spesso costanti nei campionati che contano;
è la storia di due realtà come Brescia e Triestina con la prima fallita e iscritta al campionato di Serie C attuale con una fusione che, poi, ha portato alla nuova denominazione mentre la seconda sta scontando ben 23 punti di penalizzazione a causa di inadempienze finanziare e ritardi nei pagamenti, un classico per quanto concerne l’andamento economico dei vari club della terza divisione.
E ci sono tantissime altre compagini storiche come Chievo, Siena, Messina, Reggina ecc. che, oggi, si ritrovano nelle torbide acque della Serie D surfando in maniera quasi laconica tra un fallimento e l’altro. E’ la storia attuale, tremendamente distante da quel viscerale e vero calcio di provincia che faceva sognare tutti, anche chi non era strettamente legato a quel club ma è proprio da quelle storie che traeva la forza e le convinzione che tutto, in una domenica pomeriggio, possa trasformarsi in possibilità.

