LA SESTA ORA – Il giorno dopo è ancor più doloroso: e mentre tutti chiedono le riforme, ecco cosa è stato fatto nel 2023…
In un giorno dove si chiedono a gran voce le riforme per il calcio italiano, è correttezza morale dire che una di queste è già stata fatta nel 2023: si chiama Piracy Shield, una riforma sulla pirateria talmente pericolosa che rischiava di mettere a rischio anche le splendide Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Ma andiamo per gradi.

L’AD della Lega Serie A, Luigi De Siervo, scrisse meno di 12 mesi fa che “Se la Nazionale è senza talenti e non va ai Mondiali, la colpa è anche delle perdite dovute alla pirateria”. Ecco perchè viene ideato il Piracy Shield, una delle poche riforme fatte per il calcio italiano dai nostri politici, ovvero uno “scudo” per risolvere questo problema. Ma come funziona la legge nello specifico?
Come funziona il Piracy Shield?
Semplice: chi ha i diritti delle partite segnala gli indirizzi IP dei siti che le trasmettono illegalmente, con gli operatori di rete che hanno 30 minuti per oscurarli. Peccato che tutto ciò ignori come funziona davvero internet: basti pensare che su un indirizzo IP possono coesistere migliaia o anche milioni di siti, con il rischio di oscurare senza motivo piattaforme innocue. Insomma: giustissima la causa per cui si combatte, ma progettata malissimo tecnicamente.

È già successo, ad esempio, che alcuni siti a caso andassero in down senza motivo. Un esempio? In un sabato di ottobre 2024 Google Drive ha smesso di funzionare per “colpa” di Juventus-Lazio. Altro problema? Oggi gli indirizzi IP sono dinamici, e basta semplicemente cambiarlo per aggirare il sistema: come rincorrere una Ferrari con una Panda.
La domanda ora è: chi ha voluto la riforma, e chi l’ha approvata? Oltre alla Lega Serie A, tra i vari ci sono nomi noti: Claudio Lotito e Adriano Galliani, entrambi senatori di Forza Italia, attuale partito al Governo. Lotito è al tempo stesso proprietario della Lazio, consigliere federale della Lega e relatore della legge – ha scritto e votato una norma da cui trae potenzialmente vantaggi economici indiretti, finanziata con soldi pubblici. La piattaforma è stata invece sviluppata dal ramo tecnologico dello studio legale Previti, fondato dall’ex avvocato di Berlusconi.

Il punto più critico del Piracy Shield è arrivato due mesi fa, quando l’AGCOM ha multato per 14 milioni di euro Cloudflare, un colosso americano che gestisce infrastrutture di rete fondamentali per il funzionamento di internet a livello globale.
Ciò ha scatenato la furia del CEO Matthew Prince, il quale ha minacciato di ritirare i server dall’Italia, bloccare investimenti nel Paese e, soprattutto, di non fornire supporto alla protezione informatica delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, con un alto rischio di cyberattacchi e gravissime ripercussioni.
Inutile dire che i toni di Prince sono stati sbagliati, e la logica della ritorsione contro uno Stato è uno schema pericoloso: detto questo, le ragioni di Cloudflare reggono. La norma pretende infatti che i blocchi abbiano effetto anche fuori dai confini nazionali: una richiesta insostenibile giuridicamente, tanto che la Commissione europea ha inviato una lettera formale al Governo chiedendo di modificare lo scudo. Paradosso finale: l’Agcom vigila sulla nuova legge del “Digital Services Act europeo”, la stessa normativa che userà Cloudflare per difendersi dalla multa. Un gatto che si morde la coda.

Una vicenda che dà l’idea di quanto il calcio italiano sia rimasto troppo indietro, a causa di decenni di politiche di qualità quantomeno discutibile. Scelte e decisioni che hanno portato ad una sola conseguenza: oggi, noi ragazzi non vedremo mai un mondiale da giovani assieme ai nostri amici, alle famiglie e ai nonni, i quali chissà se mai rivedranno un mondiale.
Ed infine un grazie, ancora una volta, per aver rovinato i sogni della nostra generazione: forse, dopo anni dove si è troppo parlato male di noi, è giunto il momento di alzarsi e lasciarci spazio.
Foto: Azzurri, SS Lazio

