C’era un tempo in cui gli attaccanti dominavano la scena del nostro campionato, oggi non è più cosi e vi spieghiamo perché.
Succede quasi per caso, come negli articoli che non penseresti mai di far crescere, lasciando che una sola parola diventi un paragrafo e poi migliaia di parole in successione. Scorro, quasi per caso, la classifica cannonieri del campionato di Serie B 2003/2004, il famoso torneo con 24 squadre e tanti roboanti nomi. Leggo i nomi ed impallidisco, con un senso di impotenza e nostalgia che accomuna, chi come me, è riuscito a godere di tali gesta e giocatori: Toni, Milito, Di Napoli, Zampagna, Protti e Lucarelli, per non parlare dei vari Suazo, Riganò, Moscardelli, Zola, Mascara ecc. Da qui l’esigenza di scrivere e, allo stesso tempo, rimpiangere i veri numeri 9, merce rarissima nel commercio dei gol senza padroni.

C’era un tempo in cui l’attaccante rappresentava l’anima del calcio italiano, oltre che alla classica tattica difensivista che, per anni, i migliori campioni hanno appreso dal futbol nostrano. Da Vieri a Inzaghi, da Toni, Di Natale a Gilardino, fino a Totti e Del Piero; ogni squadra viveva in funzione del suo numero 9, centravanti puro o ibrido poco importava: il gol era il verbo che muoveva il gioco. Oggi, quel verbo sembra essersi perso nel rumore di fondo delle tattiche moderne. La Serie A, da almeno due stagioni, vive una carestia di attaccanti che segna un cambio epocale, tecnico ma anche culturale.
Per poter analizzare, nel dettaglio, la questione c’è bisogno di numeri: nella stagione 2023-24 solo pochi centravanti “classici” hanno superato la soglia dei 15 gol in campionato, e spesso si tratta di stranieri; da Lautaro Martínez a Osimhen, fino a Giroud prima di lasciare il Milan. Gli attaccanti italiani, invece, arrancano: Immobile (tornato dopo l’esperienza turca) ha perso brillantezza e continuità, Scamacca è falcidiato dagli infortuni mentre i vari Retegui e Raspadori hanno salutato il calcio italiano seguendo lidi opposti, e anche bonifici bancari di rilievo nel caso dell’ex Tigre e Atalanta.

Il problema non è solo individuale: è sistemico. Il calcio italiano si è spostato progressivamente verso modelli di gioco europei in cui l’attaccante non è più il terminale unico, ma un ingranaggio mobile in un sistema corale. Le squadre pressano alto, difendono con linee corte, e gli allenatori chiedono ai centravanti di “partecipare alla manovra”, di essere registi offensivi più che predatori d’area.
Il numero 9 di oggi, in Italia, è un solitario in mezzo al traffico, delle volte accantonato e sostituito dal famoso spazio, tanto citato e avvalorato dalle tesi di Pep Guardiola. Gioca spalle alla porta, riceve pochi palloni puliti, e spesso è chiamato a fare sportellate con difensori fisicamente devastanti.
La tendenza ad avere un “falso nueve”, o un centravanti associativo, ha tolto peso all’attaccante tradizionale: in molte squadre di Serie A.
Il calcio del pressing e del possesso esasperato (trasformando i portieri in veri e propri registi) ha sterilizzato la figura del bomber istintivo, quello che viveva di pochi tocchi, di fame e di posizione. Nel nuovo paradigma tattico, la fame non basta più: servono pulizia tecnica, letture complesse, partecipazione difensiva. Ma nel tentativo di creare attaccanti completi, li abbiamo forse snaturati.
L’assenza del vero centravanti, come si diceva un tempo, non è solo una questione statistica ma un vuoto emotivo. L’attaccante, nell’immaginario dei nostri padri e in fondo anche nostro, è sempre stato l’eroe solitario, il protagonista del dramma calcistico e della soluzione improvvisa, quello che può trasformare un palla sporca in smeraldo. Oggi quella figura si dissolve in un collettivo più razionale, più organizzato, ma anche più anonimo, data la similitudine tra moltissime partite del nostro campionato, preda di isterismi tattici ed un valore intrinseco dei singoli giocatori distante anni luce rispetto ad una ventina di anni fa.

Resta la speranza che questa desertificazione sia solo un passaggio evolutivo ma, il regredire tecnico del calcio italiano, ha imboccato la sua strada; forse i nuovi numeri 9 non saranno più centravanti statici, ma giocatori ibridi capaci di reinventare il ruolo. Forse il futuro del gol italiano passerà per i gol di Retegui e o Kean pensando alla fioritura di possibili talenti come Camarda o Colombo. Perché nel calcio, alla fine, la solitudine dell’attaccante è anche la sua grandezza: quella di chi vive in bilico tra l’errore e la gloria, sempre a un passo dal paradiso o dall’oblio e che, in fondo, trascina da sempre quell’emozione incredibile di un calcio che non esisterà più.
Foto: Nazionale Italiana e US Lecce

