Il calcio brasiliano sta dominando le ultime edizioni della Copa Libertadores, il 29 novembre si sfideranno Flamengo e Palmeiras.

La Copa Libertadores è una competizione che, spesso e volentieri, trascende il solo significato agonistico spostando completamente la percezione stessa del torneo, sfociando in sentimenti del tutto imparagonabili a quelli che genera il calcio del Vecchio Continente. Il freddo inverno europeo collide con la primavera sudamericana e con la spasmodica ricerca della tanto desiderata “Gloria Eterna”. Il 29 novembre, in quel di Lima, andrà in scena l’ultimo atto dell’edizione 2025 della Libertadores con la settima finale tutta brasiliana della storia della competizione che metterà di fronte Flamengo e Palmeiras, i due giganti del Brasile che stanno battagliando anche per la vittoria del campionato nazionale, una sola lunghezza a dividerle quando mancano poche giornate alla conclusione.

Il dominio e l'egemonia brasiliana nella storia recente della Copa Libertadores
Il dominio e l’egemonia brasiliana nella storia recente della Copa Libertadores

Una finale che tutti aspettavano, che in qualche modo era annunciata perché, si, il calcio brasiliano sta prendendo il largo nei confronti dei confinanti paesi sudamericani lasciando le altre compagni anni luce indietro; per quanto concerne gli aspetti legati ai bilanci, possibilità di acquistare giocatori importanti e margini di crescita a livello di fatturato e infrastrutture. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, il calcio brasiliano ha subito una profonda destrutturazione che, dopo due lustri, lo ha portato a fungere da faro e da linea guida per gli altri Paesi sudamericani e non è un caso che le ultime sei edizioni della Libertadores siano state vinte da squadre del Brasile.

Una crescita impressionate ma ragionata, che quasi stride con l’idea sudamericana di approcciarsi a determinate tematiche ed il Brasile, in questo caso, ha rappresentato l’eccezione e la ragione è arrivata con il tempo, forse meno del previsto. Il Flamengo, alla sua quarta finale negli ultimi sei anni vanta due successi negli ultimi anni ed una sconfitta (nell’edizione del 2021) proprio contro il Palmeiras, nella finale giocata a Montevideo. Di contro, la Palestra Italia ha vinto entrambe le finali giocate in questo breve lasso di tempo con il successo contro il Santos nel 2020 e la vittoria contro la squadra di Rio nella finale giocata in Uruguay.

La sfida di Lima sarà la quinta finale tutta brasiliana nelle ultime sette edizioni della Libertadores, chiamarlo dominio risulterebbe quasi offensivo nei confronti dell’egemonia del Paese dell’Ordine e del Progresso. Ma c’è una spiegazione a tutto ciò, ovviamente: il fatturato del Flamengo viaggia a livelli europei visto che la compagine rosso-nera tocca i 200 milioni di euro netti l’anno mentre il Palmeiras tocca stabilmente il fatturato di 100 milioni di euro. Numeri che appartengono a club di Premier League e non è un caso che altre squadre brasiliane, come ad esempio Atletico Mineiro, Botafogo e Corinthias, possano vantare fatturati superiori ad ogni squadra della nostra Serie A.

Il successo del Botafogo nella scorsa edizione della Libertadores
Il successo del Botafogo nella scorsa edizione della Libertadores

La svolta ha un nome: Legge SAF, una porta scorrevole per l’ingresso di numeri imprenditori privati nel settore del calcio (in continua espansione) e che ha portato alla nascita di veri e propri club azienda con progetti sostenibili economicamente e, allo stesso tempo, ambiziosi. Non vi è infatti la necessità di cedere i pezzi più pregiati della rosa al Vecchio Continente, al contrario c’è la ferrea volontà di contrattare con i migliori club europei per eventuali ritorni in patria, come ad esempio quelli di Alex Sandro, Danilo e Jorginho proprio al Flamengo.

La Legge SAF è soltanto la punta di un iceberg che poggia le sue radici negli abissi più splendenti del Futbol Brasiliano: i dirigenti dei migliori club del Paese, infatti, si sono formati in Europa studiando e apprendendo modelli di lavoro completamente diversi da quelli sudamericani, lontani dalla ricerca spasmodica di sopravvivere con i talenti scovati nelle strade ma di amministrare il contenuto presente cercando di valorizzare ogni singola qualità dei giocatori presenti nella rosa. Un modo completamente diverso e concettualmente redditizio per la compagni brasiliane le quali, insieme all’ingresso di numerosi imprenditori, ha contribuito a migliorare le infrastrutture con numerosi stadi che farebbero impallidire chiunque, per bellezza e modernità.

Jorginho, perno imprescindibile del centrocampo del Flamengo
Jorginho, perno imprescindibile del centrocampo del Flamengo

Il Mondiale del 2014 ha mosso la prima pietra per un completo rinnovamento del settore calcistico di uno dei Paesi più grandi e densamente popolati al mondo, che sopravvive di calcio e che, allo stesso tempo, sta vivendo un’espansione importante. Un ultimo aspetto da non sottovalutare è rappresentato da gli sponsor che, rispetto alla concorrenza degli altri Paesi sudamericani, pagano i club brasiliani almeno cinque volte quello che viene percepito da club argentini ed uruguagi, da sempre sull’orlo del baratro e con gravi problemi finanziari (salvo le sporadiche eccezioni rappresentate da poche società). Il fatturato di molti club verde-oro rappresenta la risposta al dislivello importante che accresce le differenze tra Brasile ed altri Paesi del Sud America, un dislivello che sta portando ad un evidente dominio anche nella Copa Libertadores che, da almeno una decina d’anni a questa parte, sembra essersi trasformata nel giardino di casa dei maggiori club brasiliani.

Il Sud America è spaccato, o meglio; c’è un’enorme macchia che viaggia verso la modernità che vuole accrescere la sua brama di potere sportivo andando incontro alla modernizzazione e all’europeizzazione mentre il restante mondo del sud non può far altro che guardare immobilizzato il profondo distaccamento imperialista (dal punto di vista calcistico) che il Brasile sta portando avanti ed i risultati non possono che dargli ragione.