La Sesta Ora – Le parole durissime dopo la sconfitta di Bologna non sono un’eccezione, ma la regola. È il “metodo Conte”: la creazione di un nemico interno quando la magia del primo anno svanisce.

“Non ho voglia di accompagnare un morto”. “Ognuno sta pensando al suo orticello”. “Se c’è chi non vuole sentirlo, vuol dire che non sto facendo un buon lavoro”.

La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare
La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare

Le frasi pronunciate da Antonio Conte dopo la quinta sconfitta stagionale del suo Napoli non sono un semplice sfogo post-partita: sono un atto d’accusa pubblico verso i suoi giocatori, colpevoli di “fare il compitino”, e un avvertimento alla società. Ma soprattutto, per chi osserva la carriera del tecnico, queste parole sono il suono di un allarme che conosciamo bene: è iniziata la “sindrome del secondo anno”, e questa pausa nazionali potrebbe portare a qualche riflessione in più.

L’autocombustione come metodo

La carriera di Antonio Conte segue un ciclo tanto prevedibile quanto efficace. Il primo anno è quello della costruzione della “macchina da guerra”. Lui arriva, porta una mentalità feroce, spreme ogni singola goccia di energia fisica e nervosa dai suoi giocatori, crea un nemico esterno e, quasi sempre, vince (o stravince gli obiettivi). È successo alla Juventus, al Chelsea e, come ha ricordato lui stesso, al Napoli l’anno scorso.

Il secondo anno, però, è quello in cui l’incantesimo si rompe. L’intensità che ha portato al successo diventa un peso insostenibile per lo spogliatoio. I giocatori, mentalmente svuotati, iniziano a soffrire quella pressione costante. Conte, dal canto suo, non accetta cali di tensione e chiede alla società uno sforzo ulteriore sul mercato per salire ancora di livello.

La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare
La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare

Quando “noi” diventa “io contro voi”

È in questo momento, alla prima vera difficoltà (le cinque sconfitte), che la leggendaria mentalità “noi contro il mondo” di Conte implode. Il “noi” si frantuma e diventa un “io contro voi”. I nemici non sono più solo all’esterno, ma diventano interni: i giocatori “che si crogiolano sul passato” e una società che forse “non ha imparato la lezione” (il riferimento al Napoli decimo post-scudetto è un siluro diretto alla dirigenza).

Lo abbiamo già visto. Lo abbiamo visto alla Juventus, quando lasciò a luglio dopo aver vinto, per divergenze insanabili sul mercato. Lo abbiamo visto al Chelsea, dove dopo aver vinto la Premier fu esonerato in un clima di guerra con lo spogliatoio.

La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare
La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare

Lo abbiamo visto all’Inter, dove fuggì subito dopo lo scudetto perché non riteneva la società pronta a supportare le sue ambizioni. E lo abbiamo visto, in modo spettacolare, al Tottenham, con il famoso sfogo sui “giocatori egoisti” che “non vogliono giocare sotto pressione”.

E questa, purtroppo per i tifosi del Napoli, potrebbe essere l’inizio della fine: quando Conte arriva a dire “non ho voglia di accompagnare un morto”, sta di fatto comunicando al mondo che, secondo lui, il ciclo sta per terminare, o forse è già terminato.

La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare
La sindrome del secondo anno: perché Conte inizia sempre a bruciare

Antonio Conte, paradosso di un allenatore straordinario che garantisce la vittoria quasi al 100% nel breve termine, ma che porta con sé… una data di scadenza altrettanto certa.

Foto: SSC Napoli

Di Stefano Zambroni

Nato a Lecco nel 2003, ho fondato GPKingdom nel 2021 e co-fondato PitchPulse nel 2025. Grande appassionato di sport.