Quattro gol subiti della Norvegia e lo spareggio come unica soluzione per tornare a giocare un Mondiale dopo 12 anni.

“Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore“. Così cantava Francesco De Gregori nel 1982, l’anno in cui l’Italia (sotto gli occhi di Sandro Pertini) alzava al cielo la sua terza Coppa del Mondo, nella notte di Madrid e in quell’astrale serata di luglio che tutti non dimenticheranno mai. Non è mica da questi particolari, forse, ma è proprio da lì che si può partire per analizzare una fotografia recente quanto sbiadita, appesa ad un amo come un pesce che non sa nuotare, nonostante sia nell’acqua da parecchio tempo.

La leva calcistica della classe che non esiste più
La leva calcistica della classe che non esiste più

E’ una condizione che il calcio italiano sta vivendo da almeno due lustri e sta trascinando, nella sua tracimazione al contrario, ogni singola speranza di poter sognare ancora, di poter pensare se ci sarà la possibilità di andare a giocarsi un Mondiale, per la terza volta consecutiva negli ultimi nove anni. Disastro, non c’è nessun’altra parola che possa descrivere, in modo cosi maniacale e veritiero, ciò che il sistema calcio del nostro Paese sta dilaniando anno dopo anno, dilapidando un patrimonio che, in realtà, non esiste nemmeno più e che si fa fatica a trovare nei campi di periferia.

Italia, si, punto esclamativo che si allunga dal centro Europa fino all’Africa del Nord, fondatore di un nuovo mondo e unico abitante superstite del vecchio. Già, perché la debacle di ieri sera (in quel di San Siro) con la Norvegia e lo spettro di un altro Mondiale visto dal divano affondando le radici in scelte poco strutturate e decisioni mai prese, appartenenti ai canonici “se” e “ma” che vane speranze lasciano nel cassetto.

Il calcio, sport che anacronisticamente parlando sta perdendo punti a dismisura negli interessi collettivi degli italiani, è un continuo dilapidare progetti che non verranno mai alla luce, a cominciare dagli stadi. Già, perché la pochezza delle risorse passa proprio da lì; dai settori giovanili paganti, dalle infrastrutture decadenti e da quegli stati così vecchi e antiquati da essere bocciati dalla stessa UEFA per EURO 2032. C’è un calcio europeo che si evolve, che si sviluppa e rischia mentre quello italiano è immobilizzato nei suoi specchi che riflettono ciò che, invece, non esiste; che pensa di essere all’avanguardia paragonandosi volutamente a chi non può avere disponibilità economiche importanti, che pensa di porsi come antesignano essendo l’ultimo della classe.

L’analisi della decadenza del pallone del Bel Paese è soltanto un riflesso di una Nazione che è prigioniera di se stessa, di quei luoghi comuni che spesso tendono a confondere fondendosi con la negatività di tante cose. E’ il tunnel è di nuovo lì, ad attendere a braccia aperte gli ennesimi capri espiatori che si assumeranno responsabilità in caso di mancata qualificazione mentre il timore di un nuovo incubo avanza. Si andrà agli spareggi (e questo lo sapevamo) ma non con convinzione ma con paura e timore. Senza troppi giri di parole e stucchevoli dietrologie, è da questi piccoli grandi particolari che si giudica la decadenza del pallone italiano.