La lezione subita dalla Norvegia ci sbatte in faccia la realtà: la crisi è sistemica. E le parole del giornalista nel 2014 non erano un vaticinio…
La qualificazione ai playoff per la terza volta consecutiva non è soltanto sfortuna, vittima anche di un format non perfetta: è ora una tendenza. È il risultato inevitabile di un decennio di fallimenti strutturali che, per pigrizia e interessi di parte, abbiamo finto di non vedere.

Non serve un indovino per capirlo. E, infatti, non è un caso che in queste ore sia tornato virale un video di Fabio Caressa datato 2014, subito dopo l’eliminazione dal Mondiale in Brasile. Non era una profezia, era una diagnosi. E fa paura per quanto fosse accurata…
Il sistema che non funziona
“Il sistema non funziona e se non cambia prepariamoci ad avere i prossimi 10 anni come gli ultimi 8”. Queste le parole di Caressa dieci anni fa. Oggi, nel 2025, il bilancio è anche peggiore: due Mondiali non disputati (2018, 2022), un Europeo vinto eroicamente e storicamente nel 2021 che appare però sempre di più come un’oasi felice e isolata (“fumo negli occhi”, come l’ha definito la stessa fonte), e ora il rischio concreto di saltare la terza Coppa del Mondo di fila.
La lezione subita dalla Norvegia di Haaland è la plastica rappresentazione di questa crisi: una nazione con un sistema ha surclassato una squadra forte ma che vive di fiammate, ma a cui manca una base solida. E la base, come diceva Caressa, è tutto.

Il cancro della “selezione sociale”
Il punto centrale dell’analisi di Caressa, allora come oggi, non è l’allenatore (ieri Prandelli, oggi Gattuso, in mezzo Ventura, Mancini e Spalletti), ma il materiale umano. Perché l’Italia, un tempo fucina di talenti, non produce più giocatori di qualità? O magari, peggio ancora, li produce e non li sfrutta?
La risposta è nelle “scuole calcio”. Caressa denunciò un sistema malato alla radice:
- La selezione fisica: “Se sei grosso giochi con quelli bravi e se sei piccolo giochi con quelli non bravi”, diceva nel 2014. Abbiamo sacrificato la tecnica e la fantasia sull’altare della fisicità immediata, smettendo di produrre i talenti creativi che erano il nostro marchio di fabbrica.
- La selezione sociale: Il punto più grave, che Caressa ha ribadito di recente, è il costo. “Siamo sicuri che tutti possano mandare 1-2 figli alle scuole calcio?”. La prima selezione è diventata economica, “sociale”. Il calcio non è più lo sport che pesca il talento nelle strade, nei cortili, negli oratori. È diventato uno sport per chi se lo può permettere.

Il conto che stiamo pagando
Quanti talenti stiamo perdendo perché i loro genitori non possono pagare 500 euro di retta per una scuola calcio decente? Quanti “piccoletti” tecnicamente dotati sono stati scartati perché un allenatore delle giovanili preferiva il “ragazzone” per vincere il campionato locale e “fare carriera”?

Pio Esposito (20) e Calafiori (23), oggi titolari nell’Italia, così come i più giovani Camarda, Palestra, Comuzzo, Kayode e Pisilli ne sono la prova: il talento c’è, ma va allenato e messo in campo con un sistema e strutture che sappiano sopportarli. Altrimenti, come disse qualcuno, “prepariamoci ad avere i prossimi 10 anni come gli ultimi 8…”
Foto: Azzurri

